I Sleaford Mods non hanno mai avuto bisogno di spettacolo per descrivere il crollo. In ‘The Demise of Planet X’ l'apocalisse è inquadrata attraverso la ripetizione, l'esaurimento e il progressivo svuotamento di significato piuttosto che come evento o dramma. Planet X non è un'ambientazione lontana o futuristica, ma una versione riconoscibile della Gran Bretagna post-Armageddon, dove le condizioni semplicemente proseguono senza miglioramento. Jason Williamson ha paragonato il mondo dell'album a una discoteca delle Midlands dopo che la serata è finita, e quell'immagine sostiene il tono del disco. In seguito a ‘UK GRIM’ del 2023, questo suona meno reattivo e più osservazionale. Se il precedente album catturava la frustrazione immediata, ‘The Demise of Planet X’ documenta ciò che segue una volta che quella reazione si stabilizza nell'abitudine.
Registrato ad Abbey Road, Invada e JT Soar, questo è l'album più ampio dei Sleaford Mods fino ad oggi, ma lo spazio aumentato non ammorbidisce il suo suono. La produzione di Andrew Fearn si allontana da loop brevi e funzionali verso strutture più lunghe che possono trattenere la tensione. I beat indugiano, la ripetizione è enfatizzata e i brani hanno spazio per instaurare un rapporto con l'ascoltatore invece di precipitare verso il rilascio. La rabbia rimane presente per tutto il disco, ma è distribuita in modo uniforme, contribuendo a un senso di persistenza.
Dal punto di vista lirico, l'album si rivolge verso l'interno tanto spesso quanto prende di mira bersagli esterni, stabilendo la sua tensione centrale fin dalle prime battute. ‘The Good Life’, il singolo principale e brano d'apertura, è incentrato sull'autocritica più che sull'attacco. Si apre con la risata di Gwendoline Christie prima di stabilirsi in qualcosa immediatamente riconoscibile come Sleaford Mods. Williamson interroga il proprio impulso a criticare e sminuire, mentre il ritornello di Big Special incornicia ‘the good life’ come qualcosa di prescritto e performativo. La voce di Christie agisce come un'altra presenza interna piuttosto che come un featuring, e il brano si svolge come una discussione irrisolta, fissando il tono per ciò che segue.
Questo focus introspettivo è bilanciato da momenti che guardano indietro quanto verso l'esterno. ‘Double Diamond’, scritto prima che Fearn si unisse alla band, ritorna brevemente al territorio dei primi Sleaford Mods, con linee di chitarra contenute e una vocalità monotona che ancorano l'album. Altrove, ‘Elitist G.O.A.T’ segna una chiara evoluzione, con testi più brevi e incisivi e un'atmosfera più immediata e vivace. Il ritornello di Aldous Harding è ipnotico senza ammorbidire il brano, mentre la fine brusca rafforza la sua energia tagliata. Questi spostamenti sembrano deliberati: ampliano la gamma dell'album senza interromperne la coerenza.
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L'impegno del disco con la cultura digitale attraversa con costanza la sua parte centrale. ‘Megaton’ e ‘Shoving The Images’ affrontano i social media e l'espressione politica con schietta immediatezza, riflettendo il ritmo e la struttura degli ambienti online. La consapevolezza politica è costante ma inefficace, ridotta alla visibilità più che all'azione. Questo senso di sovraccarico e paralisi diventa una caratteristica definente di Planet X, un mondo plasmato tanto dagli algoritmi quanto dall'ideologia.
Le collaborazioni, un tempo assenti nei dischi dei Sleaford Mods, sono qui usate per destabilizzare piuttosto che ammorbidire il tono dell'album. La presenza di Sue Tompkins in ‘No Touch’ introduce disorientamento, la sua voce è immediatamente riconoscibile, mentre ‘Bad Santa’ torna a una critica politica più esplicita senza ricambiare aggressività con aggressività. ‘Flood The Zone’, con Liam Bailey, approfondisce il senso di terrore dell'album attraverso la sua atmosfera, e ‘Kill List’ spinge brevemente in territori più orientati al rap, aggiungendo abrasività al disco.
L'album si chiude rifiutando la risoluzione. Brani come il brano omonimo e ‘The Unwrap’ sottolineano l'idea centrale del disco: che consumo e routine funzionino come distrazione piuttosto che come fuga.
‘The Demise Of Planet X’ non offre soluzioni né sollievo. Documenta semplicemente una condizione presente definita dalla ripetizione, dal consumo e dall'esaurimento. Piuttosto che escalation, resta saldo sulle sue posizioni, rendendolo una delle uscite dei Sleaford Mods più coerenti e controllate fino ad oggi. L'apocalisse qui non sta arrivando. È già accaduta, e tutti stanno ancora scorrendo.
7/10
Testo: Amelia Thompson
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